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Diritti a Sud

Descrizione

Il problema dei lavoratori sfruttati nelle campagne di Nardò, deflagrò qualche anno fa, precisamente nel 2011, quando si verificò un grande sciopero autorganizzato dei braccianti che chiedevano contratti di lavoro regolari, aumento delle paghe, abolizione del caporalato, rispetto dei loro diritti di uomini e lavoratori. In quell’anno, a causa delle importazioni da Grecia e Turchia, il 60% delle angurie coltivate a Nardò restò a marcire nei campi. I migranti si riversarono sui campi di pomodoro, per cui percepivano 3,50 € per ogni cassone da 100 chili per i pomodori grandi, 7,00€ per il ciliegino. Una cronaca di quel periodo diceva: «Sono centinaia i migranti che trovano appoggio nella masseria Boncuri, il luogo da cui è nata la protesta. Provengono dall’Africa del nord e da quella sub-sahariana, alcuni sono arrivati dalla Libia dopo le grandi rivolte del Maghreb. Molti si sono riversati nella raccolta perché espulsi dalle fabbriche del nord d’Italia, altri sono lavoratori stagionali che conoscono bene la realtà del caporalato, l’hanno già vista nel foggiano, la vedranno a Rosarno quando ricomincerà la raccolta delle arance » .

È un tema molto caldo questo, scottante, a cui ciascuno di noi dovrebbe pensare ogni volta che acquista una scatola di pomodoro o altri prodotti a prezzi stracciati dalla GDO. Cosa si nasconde dietro un prezzo così basso? Un altrettanto bassa considerazione dell’essere umano, del valore del lavoro, del sudore di uomini e donne chinati ore e ore sotto il sole giaguaro. A questo non si pensa, non conviene. Nessuno ne parla, ma si sa che è così, sia in luoghi del mondo lontani dai nostri occhi, sia alle porte di casa nostra. Ad esempio a Nardò.

Ci sono molte storie nelle pieghe delle mani di ragazzi come noi con la pelle scura, nati per chissà quale stella in quella parte del mondo che rappresenta, suo malgrado, il riflesso della medaglia e “conditio sine qua non” del nostro benessere di occidentali, del nostro “troppo”, del nostro spreco. Ci sono storie di traversate nel deserto, di villaggi di terra dove una volta la vita deve pure essere stata dolce; storie di baci, di fuochi, di barche e gommoni, di respiri, di battiti di cuore proprio identici al nostro. A pensarci, un filo lega i nostri nonni, braccianti e operai sfruttati solo pochi decenni fa, a questi moderni schiavi dell’industria agroalimentare. E un filo lega le politiche agricole europee con noi consumatori, l’Africa e l’Italia, la terra, una passata di pomodoro e così via, a prendere forse il mondo intero. Chi se ne cura? Nessuno, o meglio dire pochi. Tra questi pochi ci sono ragazze e ragazzi neretini che provano a cambiare, nel loro piccolo, questo sistema di cose.

Diritti a sud, così si chiama la loro associazione. Con alcuni ragazzi migranti hanno sviluppando un progetto di produzione di salsa di pomodoro “equa e solidale”, libera da schiavitù.

Così nasce la salsa Sfruttazero, che intende : « Realizzare una filiera pulita del pomodoro dalla semina alla trasformazione; che dà origine ad una passata di pomodoro di alta qualità, prodotta senza sfruttamento del lavoro. Vogliamo che l’oro rosso, da simbolo di sopraffazione e caporalato in Puglia e Basilicata, diventi simbolo di emancipazione, riscatto e speranza di un futuro diverso. Sfruttazero è un progetto di tipo cooperativo e mutualistico che vede direttamente protagonisti migranti, contadini, giovani precari e disoccupati, che vogliono avviare o continuare un’attività lavorativa attraverso la produzione di prodotti locali, per costruire sul territorio relazioni ed economie solidali. Siamo tre realtà del Sud Italia: Diritti a sud di Nardò (Lecce), Solidaria di Bari e Osservatorio Migranti Basilicata/Fuori dal Ghetto di Palazzo San Gervasio e Venosa (Potenza). Ci siamo conosciuti nel corso delle nostre esperienze assieme ai migranti e rifugiati politici, i quali rivendicano la libertà di circolare senza dover subire espulsioni e respingimenti, senza dover sottostare a continui ricatti » .

La speranza del mondo forse viene proprio da tutti i sud, dagli ultimi, dai reietti, che conoscono il prezzo delle cose e conoscono le cose che non hanno prezzo. « La globalizzazione è mercificazione » dice Latouche. Mercificazione delle vite, mercificazione delle coscienze, mercificazione dei diritti. In questo siamo veramente tutti uguali: da sud a nord, tutti vittime più o meno consapevoli dei nefasti risultati di quella che per semplificazione possiamo chiamare globalizzazione. I nostri problemi di giovani occidentali disoccupati hanno la stessa radice dei problemi dei giovani africani, indiani, sudamericani. E i problemi ambientali traggono la stessa origine dai problemi sociali. Tutto è collegato, ogni cosa è il riflesso dell’altra. Finché non capiremo questo, saremo come stolti che guardano il dito invece della luna, e la solidarietà di tanti, seppur sincera, sarà sterile e mistificata.

Perciò, quando acquistiamo una scatola di pelati che sembra costarci così poco domandiamoci: quanti costi sociali e ambientali stiamo pagando per quel prezzo così basso? Chi lo sta pagando al nostro posto? Abbiamo veramente da guadagnare? Anche dalle nostre scelte alimentari può venire un seme di cambiamento.


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